Medaglione del XVIII secolo che ritrae il martirio di Simonino da Trento, sulla facciata di Palazzo Salvadori.

Il bassorilievo riproduce la scena  scolpita nel legno agli inizi del Cinquecento dal maestro Niklaus Weckmann

 

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Pietro Ratto

 

Simonino santo. Anzi, no!

 

 

 

È la notte del 23 marzo 1475. Il piccolo Simone, due anni e mezzo appena, figlio del parrucchiere Andrea, improvvisamente scompare.
I genitori, disperati, lo cercano per tutta Trento e per le campagne circostanti. Ma niente da fare, il piccolo non si trova, non si trova più.
Mai settimana santa è stata più sofferta. Più intrisa di dolore e di penitenza. Soltanto la mattina della domenica, mentre tutte le campane salutano meste la nuova Pasqua, dopo estenuanti ricerche Simone viene ritrovato. Morto, abbandonato alle fresche braccia di una spumeggiante roggia che porta alla città le tormentate acque dell'Adige. Il fatto è, però, che non si tratta di un canale qualsiasi. Quella, infatti, è la Roggia degli ebrei; quella che si snoda proprio vicino alla Sinagoga e alla comunità in cui vivono trenta giudei ashkenaziti. Tre famiglie in tutto. Quelle degli usurai Angelo e Samuele e quella del medico Tobia.
Il sospetto non ha tempo di crescere che è già certezza. Gli ebrei vengono immediatamente fatti arrestare dal Principe Vescovo di Trento, convinto da sempre che le loro comunità sian tutte controllate dal diavolo. E che ogni anno, a quell'epoca, impastino il loro pane azzimo con il sangue di indifesi fanciulli cristiani, proprio come il piccolo Simone. C'è anche un predicatore, a quel tempo, che gira per la città fomentando le ire della gente contro i perfidi ebrei "deicidi". Si chiama Bernardino da Feltre, e i suoi discorsi conquistano il cuore e la rabbia di tutti.
Alla fine, si decide di incriminarne quindici. Il più giovane ha quindici anni, il più vecchio novanta. Torturati per mesi, alla fine confessano tutti. "Sì, abbiamo ucciso il bambino. Sì, siamo stati noi. Basta che smettiate di farci soffrire".

Così, adesso, li possiamo vedere qui a fianco, ritratti in un medaglione appeso in facciata al maestoso palazzo edificato sulle ceneri della loro Sinagoga, immediatamente rasa al suolo. Possiamo vederne quattro, tutti cinicamente intenti a sgozzare Simone. Tre uomini e una donna: Bruna, l'unica che, contro tutte le previsioni, resiste a ogni tortura morendo sotto i ferri degli inquisitori. Tutti gli altri, rei confessi, sono mandati a morte in seguito alle loro ammissioni.
Simone diventa subito un martire cristiano. Il vescovo, grande cultore di reliquie e sommo sostenitore dell'inquisizione, lo proclama in fretta e furia beato. E ne diffonde rapidamente il culto. Tutto ciò, nonostante le perplessità di papa Sisto IV, talmente poco convinto dal risultato di quelle frettolose indagini da inviare un suo legato. Che in poco tempo si mette dalla parte degli ebrei e denuncia molteplici irregolarità in tutta l'inchiesta, ma che viene boicottato fino al punto di dover scappare da Trento e rifugiarsi a Rovereto. Niente da fare, il Principe Vescovo Giovanni Hinderbach è irremovibile. Simonino dev'esser fatto santo. E tutti gli ebrei di Trento, immediatamente cacciati.

Passano i secoli. Ne passano cinque, scanditi da innumerevoli processioni di agguerriti fedeli e da ricorrenti esposizioni degli strumenti di tortura utilizzati dai perfidi ebrei, nel corso del loro storico infanticidio. Poi la frittata vien rivoltata.
Risale infatti al 1965 la cosiddetta "Svolta del Simonino", quella che si verifica quando l'arcivescovo di Trento Alessandro Maria Gottardo fa pubblica ammenda, e dichiara che no: non ci sono prove circa l'effettiva responsabilità di quei quindici ebrei massacrati dall'Inquisizione. E ritira il culto del Simonino, le cui spoglie vengono fatte sparire dalla Chiesa di San Pietro, in cui abusivamente riposavano da cinquecento anni. Simone non è più beato, perché è stato ucciso dalla gente sbagliata. Naturalmente, nessuno restituisce vita e dignità alla disgraziata comunità ebraica. E la faccenda sembra chiusa così.
Quarant'anni dopo, la nuova svolta. Lo storico italo-israeliano Ariel Toaff scrive a chiare lettere che è vero: di quell'eccidio giudeo le prove non ci sono proprio. Ma che non è da escludersi che alcune comunità ashkenazite si siano in passato dedicate a qualche sanguinaria pratica di quel tipo. I suoi colleghi si affrettano a smentirlo: le cruente confessioni a cui lo storico si riferisce per poter affermare cose così gravi non avrebbero nulla di vero e sarebbero state estorte dall'Inquisizione grazie alle solite, terribili torture. Ma Toaff controbatte: se non accettate quel tipo di confessioni, allo stesso modo non dovreste dar per buone nemmeno quelle con cui i malcapitati, contestualmente, dichiaravano ai loro torturatori di esser sempre rimasti segretamente ebrei nonostante la loro ufficiale conversione al Cristianesimo. E la discussione si ferma lì.

Così, dopo centinaia e centinaia di anni, nulla ancora sappiamo di ciò che accadde al piccolo Simone, in quel giovedì santo del 1475. Ancor meno sappiamo del dolore infinito che straziò i suoi genitori.
L'unica certezza che ci resta è che la Storia, l'intricata narrazione della nostro passato, è tanto affascinante quanto inquietante.
E soprattutto, mai certa e definitiva.