Monsignor Sanz de Samper y Campuzano

(1873 - 1954)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Zlata Iovonova Lilina

(1882 - 1929)

Compagna di Zinov'ev, fu

Commissario per il Soccorso Sociale

nel governo Lenin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Padre Geremia Subiaco, parroco della chiesa di S. Antonio di Orte Scalo, che alla guida della comunità francescana locale acclamò Hitler al suo passaggio, durant la visita in Italia del 1938.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un giovanissimo Miroslav Filipović al suo ingresso nell'Ordine Francescano avvenuto nel 1938,

all'età di 23 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Ratto

 

Fratello Olocausto

 

 

“.. se questa ebraica razza straniera è lasciata troppo libera di sé, diventa subito persecutrice, vessatrice, tiranna, ladra e devastatrice dei paesi dove si stabilisce. E per ciò fu tante volte perseguitata, vessata, tiranneggiata, rubata e devastata anch'essa dai Popoli esasperati. Laonde, per impedire che questa razza perseguiti o sia perseguitata, sono necessari i freni sapienti e leggi speciali a sua non meno che nostra difesa e salute.”

 

Quante volte ci siamo imbattuti in discorsi come questi, a proposito della piaga dell’antisemitismo e dell’orrenda politica razziale nazionalsocialista che se ne fece interprete, dall’ascesa al potere di Hitler in poi.

Un pregiudizio granitico, glaciale, che non conosce dubbio o ravvedimento. Che con quella criminale certezza assoluta, così tipica degli ignoranti, stigmatizza un’intera classe, in questo caso un’intera “razza”, scorgendo e denunciando in essa contorni e caratteristiche essenziali di chi, irreparabilmente, opera il male.

Il problema però, questa volta, è un tantino diverso. Perché ad attaccare con questa acredine e questa violenza quegli “ebrei, eterni fanciulloni insolenti, caparbii, sporchi, ladri, bugiardi, ignoranti, seccatori e flagello dei vicini e dei lontani”, manifestando con orgoglio quella “ripugnanza che la civiltà cristiana sempre sentì e sente contro la razza ebrea”, non sono i nazisti, non è Hitler.

Questo brano, infatti, è tratto da un articolo di “cronaca contemporanea” presente nel numero 733 de La Civiltà Cattolica, una delle principali riviste divulgative della Chiesa di Roma. L’unica ad esser scrupolosamente esaminata e approvata dalla Santa Sede, che sin dalla sua nascita - datata 9 gennaio 1850, giorno in cui Pio IX decise di affidare ai gesuiti il compito di confezionare un “giornale popolare” in grado di combattere gli “errori moderni” e di difendere la “dottrina cattolica” - sistematicamente ne visiona e corregge ogni bozza prima della definitiva pubblicazione.

Per non parlare della data, di questo articolo, scritto infatti il 22 dicembre 1880 e pubblicato il 1 gennaio 1881. Tanto per intenderci, oltre nove anni prima della nascita di Adolf Hitler.

 

Resurrezione fascista

 

Si dirà che, tutto sommato, la posizione assunta nel corso della storia dalla Chiesa nei confronti degli ebrei non è certo un segreto. Le giudecche, dopo tutto, le hanno inventate i Papi. Ma questi toni, queste parole così offensive, così infamanti, siamo davvero certi che non abbiano per lo meno “infiammato” l’animo dei successivi apostoli dell’olocausto?

Certo, quella frase che, ogni venerdì santo e fino al 1962, il prete pronunciava a messa esortando i fedeli a pregare “per il perfido ebreo”, la conosciamo bene (ma poi davvero, ne siamo al corrente? Ma poi davvero non giova ricordarla?); ma certe posizioni assunte da Pio XI nei confronti di Mussolini o di Hitler varrebbe quanto meno la pena di rievocarle.

Perché quel Presidente del Consiglio più volte definito dal Papa “l’uomo della Provvidenza”, a causa dell’”incidente Matteotti”, se non fosse per l’inaspettata mano tesagli dalla Santa Sede, avrebbe probabilmente chiuso la sua carriera in quel lontano 1924. La gente, quell’estate, alla notizia del ritrovamento del cadavere del giovane parlamentare socialista trucidato dai fascisti, si strappava il distintivo del PNF dal petto. E lo stesso premier, costretto a dimettersi da Ministro degli Interni, non aveva fatto mistero di quel suo sentirsi ormai sconfitto. E quindi, su, ricordiamolo. Fu Pio XI a tirarlo fuori dai pasticci, con tutti quei suoi parroci sguinzagliati per l’Italia a ricordare al gregge di Dio che il Fascismo, dopotutto, a confronto del pericolo socialista poteva considerarsi il male minore. Fu proprio lui, Pio XI, ad accogliere i consigli di padre Agostino Gemelli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, psicologo e francescano, che sin da subito lo aveva esortato a tenersi buono quel Mussolini. E che proprio in quell’agosto del 1924 in cui fu ritrovato il cadavere del Matteotti, in riferimento al suicidio di un docente ebreo incapace di accettare il crescente clima antisemita del regime, scriveva: “Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell'Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l'opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio?”1

Mussolini era finito, in quell’estate del 1924. Alla sua amante Margherita Sarfatti, parlava apertamente, ormai, di “perdita quasi certa della partita”. Ma Pio XI, dopo aver costretto il capo del Partito Popolare - quel Don Sturzo, “sinistro prete” diventato ormai un po’ troppo antifascista - a farsi da parte e a finire in esilio, fece arrivare al capo del fascismo, ormai distrutto, la sua mano misericordiosa. “Sua Santità si è compiaciuta di parlarmi di Vostra Eccellenza con tali termini - confidò al fondatore del Fascismo il gesuita designato dal papa come mediatore, Pietro Tacchi Venturi - che sono certo Le riusciranno di particolare gradimento e conforto”. Era il 20 luglio del 1924. Pio XI, che si sarebbe sempre rifiutato di ricevere la madre e la moglie di Matteotti anche dopo la scoperta del suo assassinio, iniziava così la sua politica di sostegno alla dittatura fascista.

Mussolini, in quel ’24, era bell’e che morto. Pio XI lo aiutò a risorgere, e lo fece con la stessa forte determinazione con cui - più di dieci anni dopo - avrebbe preso le difese del Duce in relazione alla condannatissima invasione italiana dell’Etiopia.2 Quale pesantissima responsabilità della Chiesa continuiamo a tacere?

Da quel sostegno il Papa incassò l’asservimento politico, culturale ed economico dell’Italia al Vaticano, tramite i Patti Lateranensi del 1929. Mise mano al listone fascista votato col plebiscito di marzo, che rivide e corresse dettandone al Duce i componenti di suoi gradimento. Ottenne il silenzio della polizia del regime sugli scandali e sui commerci sessuali con giovani e ragazzini di alcuni suoi monsignori come Caccia Dominioni, Sanz de Samper o lo stesso Tacchi Venturi. Costrinse persino l’ex socialista e mangiapreti Mussolini a un frettoloso battesimo dei figli e al matrimonio riparatore con una recalcitrante Donna Rachele.

Soprattutto, si garantì l’appoggio incondizionato di un regime disposto a combattere con ogni mezzo il comune “nemico comunista”.

E tornando alla questione degli ebrei? Quale fu la responsabilità della Chiesa, nei confronti dell’Olocausto? E quale posizione assunse Pio XI verso quelle genti a proposito di cui, nell’autunno del 1918, in qualità di Nunzio Apostolico in Polonia, aveva affermato “Una delle più nefaste e delle più forti influenze che qui si facciano sentire, forse la più forte e la più nefasta, è quella esercitata da’ Giudei”?

 

 

 

Il complotto giudaico massonico..

 

Facciamo un passo indietro. E’ vero. Se soltanto dalla metà dell’Ottocento il termine “antisemitismo” aveva visto la luce grazie al conte De Gobineau ed al suo Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, il risentimento e l’odio che la cristianità covava nei confronti dei giudei deicidi risaliva praticamente agli albori del cristianesimo. Ma l’idea di un complotto che gli ebrei stessero ordendo ai danni dell’intera umanità, quell’idea che ossessionò Hitler spingendolo ad una soluzione finale, quella era piuttosto recente. La teoria di una cospirazione giudaico massonica aveva visto la luce con il giornalista e scrittore cattolico tradizionalista H. R. Gougenot des Mousseaux (1805 - 1876), che ne aveva parlato la prima volta nel 1869 nel suo Le juif, le judaïsme et la judaïsation des peuples chretiens. Le sue idee avevano contagiato un prelato francese, tal Ernest Jouin (1844 - 1932), protonotario apostolico di Leone XIII, che nel 1912 aveva fondato la Rivista internazionale delle società segrete e che aveva denunciato complotti massonici sia all’interno del Vaticano che negli ambienti della corona imperiale, giungendo a prevedere l’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando, poi verificatasi a Sarajevo nel 1914.

Il concetto era piuttosto semplice. Dietro alla massoneria, sin dai suoi esordi, c’erano gli ebrei, che attraverso questa organizzazione miravano ad impossessarsi del mondo. Una tesi piuttosto ben accolta dal Vaticano, dato che sempre sulle pagine de La Civiltà Cattolica, nel succitato articolo del 22 dicembre 1880, comparivano frasi come: Massoni, infatti, ed ebrei sono cosi essenzialmente ed intimamente collegati col vincolo dell'odio a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa ed a tutti gli ordinamenti delle società civili cioè cristiane, che non si possono toccare gli uni senza che gli altri se ne risentano”.

Ma con Hitler fu diverso, si dirà. Hitler credette in una forma di complotto ancor più nuova, di cui vi è ampio e costante riferimento nel suo Mein Kampf. Il padre del nazismo, infatti, all’indomani del suo Putch fallito a Monaco annunciò al mondo una ancor più potente cospirazione: quella giudaico bolscevica. Da dove aveva preso questa strana idea? Certo, Marx era ebreo. Ma ciò non basta certo a teorizzare un complotto di questa portata, dato che la maggior parte degli ebrei che all’epoca di Marx “contavano” era schierata dall’altra parte. Con i capitalisti, per intenderci.

 

 

.. e quello giudaico bolscevico

 

Nei manuali di Storia, così come in enciclopedie accreditate come la stessa Wikipedia, il complotto giudaico bolscevico vien fatto risalire ai famigerati Protocolli dei Savi di Sion, un documento probabilmente risalente al 1903 e diffuso in occasione della Prima Rivoluzione russa, quella del 1905, teso a screditare gli ebrei spacciati come i veri artefici di tutte le rivoluzioni (a cominciare da quella francese), al solo scopo di destabilizzare il mondo per poi impadronirsene. Questi Protocolli (nei quali i saggi giudei annunciano in prima persona il loro criminale proposito di conquista del mondo), si ritiene siano stati creati all’interno della polizia segreta russa. Ma nell’agosto 1921, in un articolo pubblicato sul Times, sarebbero stati definitivamente giudicati un falso. Al di là della discutibilità delle motivazioni addotte dall’articolista, Philip Grave (secondo le quali i Protocolli sarebbero un falso per il fatto che gran parte di essi risulterebbe “copiata” da altri precedenti documenti) resta il fatto che, in questi Protocolli, del marxismo non si parla quasi. E solo in un’occasione lo si considera come una delle tante “armi” a cui i giudei ricorrono per mettere in atto i loro propositi. “Le dottrine, che ristorano i monarchici, i demagoghi, i socialisti, i comunisti, ed i sognatori utopici di ogni tipo - vi si legge nel Protocollo 9 - le abbiamo sfruttate per questo compito: ognuna di loro per conto suo sta distruggendo ogni ultimo resto di autorità, sta puntando a capovolgere tutte le forme di ordine prestabilito”. Certo, questi documenti sono stati presi sul serio da gente come Alfred Rosenberg, vero e proprio fautore di questa teoria, che nel 1930 assicurò il suo sostegno “filosofico” all’antisemitismo nazista, denunciando il complotto giudaico bolscevico nel suo Il Mito del XX secolo. Ma cosa collega quei documenti di inizio Novecento alle folli teorie di uno dei massimi ideologi del nazionalsocialismo? E soprattutto: Inizia davvero lì, con quei Protocolli, la teoria della cospirazione ebraico comunista che sostenne le persecuzioni di marxisti e di giudei organizzate da Hitler? Uno dei maestri di Rosenberg, oltre al succitato De Mousseaux, fu Dietrich Eckart, autentico mentore di Adolf Hitler. Nel marzo 1924 Eckart diede alle stampe Il Bolscevismo da Mosè a Lenin. Dialogo tra Adolf Hitler e il sottoscritto. Un saggio che cita apertamente i Protocolli, e che si spinge ben oltre i pochissimi riferimenti al comunismo in essi contenuti. Ma se facciamo ancora un passetto indietro, ecco rispuntare la nostra Civiltà Cattolica.

E’ il 1922, sono passati quattro anni dalla nascita del governo di Lenin in Russia. In un articolo datato 12 ottobre i gesuiti affermano: ““Chi guida questo movimento di rivoluzione universale che capovolge la società umana da un confine all'altro del mondo? Voci sinistre si levano da più parti ad accusare la sinagoga. Il lupo è sempre lupo: le colpe antiche accreditano i sospetti nuovi e rinciprigniscono una piaga rammarginata ma non mai guarita. Una mano profana ha tratto pure alla luce dei segreti che portano la marca del ghetto.” Poi, passa ad analizzare i fatti politici russi. Riferendosi ad un “elenco nominativo di tutti i membri dei Consigli, delle Commissioni e delegazioni, dei Comitati, Commissariati”, l’articolista sostiene: “sopra cinquecento quarantacinque nomi di membri degli uffici direttivi dello Stato, i cittadini di stirpe russa sono nulla più che trenta; quelli di razza giudaica sono la bellezza di quattrocento quarantasette. D'altra parte la popolazione totale della repubblica russa non conta certamente meno di novanta milioni di nazionali di fronte a forse quattro milioni di ebrei che fino a ieri brulicavano nel pattume del ghetto, fatti segno al disprezzo comune. Eppure questa infima minoranza oggi ha invaso tutte le vie del potere e impone la sua dittatura alla nazione. E quale dittatura!” Più in là, si aggiunge: “Il Consiglio dei commissari ha un ministro delle Finanze ebreo, Gornkovsky, e va da sé; ne ha un altro per i Culti o, come là si dice, per le religioni, Spitzberg, parimente ebreo, e la cosa si capisce meno; ne ha un altro, ancora ebreo, Anvelt, per l'Igiene sociale, e questa non s'intende punto, date le abitudini di ereditario sudiciume in cui la tribù vive da secoli in quelle contrade. Meglio invece si comprende nel Consiglio la istituzione di un commissariato per il «Soccorso sociale» affidato a una donna, ma essa pure ebrea, Lilina, perché quei soccorsi cadessero in buone mani.  Ebrei sono pure i ministri della Giustizia e dei Lavori pubblici.” E ancora: “Di fatto al Ministero degli Esteri, sopra 17 membri, tredici sono ebrei; in quello degli Interni, sopra 64, quarantacinque; il Ministero della Guerra conta trentaquattro ebrei sopra 43 ufficiali e tra essi nessuno è russo; quello dello Finanze ne conta ventisei sopra 30; quello della Pubblica Istruzione quarantaquattro sopra 53”.

 

 

 

 

Hitler e il Papa

 

Il Vaticano, quindi, sul complotto giudaico bolscevico ha le idee ben chiare, per lo meno dal 1922.

E risulta piuttosto evidente, a questo punto, il motivo per cui Hitler - che come il Papa tanto teme “le truppe d'assalto bolsceviche della finanza ebraica internazionale” - nel suo Mein Kampf  prenda ripetutamente ad esempio il cattolicesimo come fonte di ispirazione per il suo progetto politico. Tanto evidente quanto la ragione per cui, quello stesso suo libro, la Congregazione per la Dottrina della Fede mai si sognò di inserirlo nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa.

“La chiesa cattolica può offrirci un esempio molto istruttivo. - afferma il futuro Führer nel Mein Kampf - In causa del celibato dei preti, è necessario scegliere i sacerdoti futuri non dalle file del clero ma dalla vasta massa del popolo. Ma appunto questo significato del celibato non è riconosciuto dai più. Esso è la causa della forza sempre fresca che vige in quell'antichissima istituzione. Perché, per il fatto che questo gigantesco esercito di dignitari ecclesiastici si integra senza posa sugli strati più bassi del popolo, la Chiesa si conserva l'istintivo collegamento col mondo di sentimenti del popolo, e si assicura una somma di energie che solo è presente, in tal forma, nella vasta massa popolare. Di qui deriva la sorprendente giovinezza di quel colossale organismo, la sua flessibilità spirituale e la ferrea forza di volontà”. E ancora, più in là: “Anche qui la Chiesa cattolica può insegnare. Sebbene il suo edificio dottrinale sia venuto in molti punti in conflitto con le scienze esatte e con l'indagine scientifica, essa non è disposta a sacrificare nemmeno una sillaba dei suoi insegnamenti. Ha riconosciuto molto bene che la sua forza di resistenza non consiste in un adattamento più o meno grande ai temporanei risultati della scienza, in realtà eternamente oscillanti, ma nel tener fermi i dogmi stabiliti e fissati, i quali conferiscono al tutto il carattere d'una fede. E perciò è oggi più salda che mai. Si può profetare che. mentre i fenomeni fuggono via, essa, polo fisso nei fenomeni mobili, troverà sempre più ciechi seguaci”.

Per non parlare delle strategie comunicative del clero, che Hitler considera estremamente efficaci proprio perché sapientemente elaborate in modo da far leva su fasi della giornata (come la sera) o su ambienti volutamente tenuti in penombra, che in tal modo contribuiscono ad abbassare il livello di consapevolezza e di senso critico degli uditori: “L'arte oratoria d'un temperamento di apostolo e di dominatore riuscirà meglio a convertire alla nuova volontà uomini che abbiano già subito, in modo naturale, un indebolimento della loro forza di resistenza, piuttosto che uomini ancora nel pieno possesso delle loro energie volitive e intellettuali. A questo fine serve pure l'artificiale e misteriosa penombra delle chiese cattoliche, i ceri ardenti, l'incenso, il turibolo, ecc.”

D’altra parte, appena il nazionalsocialismo sarà definitivamente al potere, Hitler e Pio XI si affretteranno a stipulare un Concordato atto a garantire la piena autonomia della grande comunità cattolica in Germania. Un patto che Hitler, perfettamente in linea col suo stile, non esiterà a infrangere, nell’ottica di esercitare il suo pieno controllo su qualsiasi organizzazione attiva sul suolo tedesco e mal tollerando un’ingerenza vaticana. Questo, di fatto, sarà l’unico motivo per cui i due uomini si allontaneranno.

Mai Pio XI, infatti, osò mettere in discussione la politica antiebraica del Führer. E la ragione per cui evitò di incontrarlo quando venne in visita a Roma nel 1938, fu sempre la stessa: la violazione degli accordi sull’autonomia delle chiesa in Germania e sulla libertà degli studenti tedeschi di seguire un insegnamento cattolico. Per questo i due non si incontrarono, nonostante durante il suo viaggio verso Roma, il Führer abbia raccolto moltissime adesioni e manifestazioni di affetto proprio da parte del clero nostrano. A cominciare dai francescani di Orte, che acclamarono commossi Hitler tappezzando i loro campanili di svastiche. Mai, in ragione delle persecuzioni inflitte ai giudei dal dittatore tedesco, Sua Santità avvertì il bisogno di scomunicarlo. Nemmeno quando Mussolini stesso lo aveva pregato di farlo, all’indomani dell’occupazione tedesca dell’Austria che tanto l’Italia avrebbe voluto evitare, e che invece vescovi e cardinali locali avevano accolto come una liberazione, salutando Hitler a braccio teso, inneggiando al nazionalsocialismo e alla sua lotta al bolscevismo così cara a santa madre Chiesa. Anche lì, il Papa aveva assunto una ben subdola posizione, prendendo da un lato le distanze da Radio Vaticana che aveva osato condannare l’entusiasmo nazista dei porporati austriaci, e condannando dall’altro le dichiarazioni entusiastiche dei vescovi d’Austria, corredate da un esplosivo Heil Hitler! finale. Niente, però, aveva avuto a ridire, in quel frangente, in merito alla decisione dei nazisti di costringere proprio gli ebrei locali a ripulire le città austriache, all’indomani di quei festeggiamenti organizzati dal clero.

Eh, sì. All’indomani di quell’annessione così scomoda per l’Italia, Mussolini avrebbe voluto un intervento del Santo Padre. Una scomunica esemplare, in grado di porre un freno all’imperialismo di Hitler. Ma il Papa non lo scomunicò mai, nemmeno in quel caso. In una sola occasione era stato infatti sul punto di prendere quella drastica decisione. Quando, nel 1932, il cattolico Hitler aveva osato far da testimone al matrimonio del cattolico Goebbels con una donna divorziata e protestante! Ma anche in quella circostanza, evidentemente ritenuta ben più grave della politica nazionalsocialista antisemita, alla fine non se ne fece nulla.3

Al Papa interessava il suo popolo, aveva a cuore l’Azione Cattolica. Non certo gli ebrei. E a poche settimane dell’annuncio di una politica antiebraica made in Italy decisa da un Mussolini ormai rassegnato ad una graduale succubanza nei confronti di Hitler, il New York Times il 21 agosto 1938 annunciava i termini di un implicito accordo tra Vaticano e Italia, su cui c’era ben poco da dire: “Come risultato delle conversazioni tra Mussolini e Tacchi Venturi l’Azione Cattolica s’impegna a non intraprendere alcuna attività che possa venir interpretata come ostile alla politica razziale italiana. Da parte sua, il governo fascista garantisce che non verrà fatta alcuna rappresaglia contro i membri del partito che appartengono anche all’Azione Cattolica”.4

 

Due antisemitismi

 

Recentemente, David Kertzer, uno dei massimi studiosi delle relazioni tra Chiesa, fascismo e nazismo (delle cui ricerche questo studio è debitore), è stato accusato dal Vaticano, e soprattutto dal direttore de La Civiltà Cattolica Giovanni Sale, di aver attribuito alla Chiesa un odio mai provato nei confronti dei giudei. Bisogna distinguere antisemitismo e antisemitismo, è stato detto. Il Vaticano fu sì, in quegli anni, pervaso da sentimenti anti-ebraici. Ma si trattò di un antisemitismo politico (definito anche “antigiudaismo”), giammai razzista. Si condannarono i giudei, a quel tempo, negli ambienti della Santa Sede, a causa della loro pesante influenza culturale, politica ed economica sulle genti cristiane. Mai e poi mai per questioni legate alla razza. E come sarebbe stato possibile altrimenti, verrebbe da pensare, dato che Gesù era ebreo?

E invece no. Nemmeno questa sottile e ben poco onorevole scusa regge, se diamo un’occhiata a questo passo, pubblicato (ma c’era da aspettarselo!) sulla solita Civiltà Cattolica, nell’articolo sopra citato: Oh quanto errano ed in quale inganno sono coloro i quali credono che Giudaismo non sia che una religione come il Cattolicismo, il Paganesimo il Protestantesimo; e non già anzi appunto una razza, un popolo di una nazione! Giacché come è certissimo che altri può essere, per esempio, cattolico ed insieme italiano, francese, o inglese; oppure pagano ed insieme cinese, affricano, od americano; oppure protestante ed insieme di qualsiasi patria o nazione, senza che il vincolo religioso di tutti i cattolici, pagani e protestanti porti seco anche la loro unione sociale, civile, patria e nazionale; così è un grande errore il credere che lo stesso accada tra i giudei. I quali oltre ad essere tali per la loro religione già mosaica ed ora talmudica e rabbinica, lo sono anche, e specialmente per la loro razza.” Per la Chiesa, un giudeo è giudeo per razza, miei cari signori. E per razza, quindi, questi ebrei sarebbero “caparbii, sporchi, ladri, bugiardi, ignoranti, seccatori e flagello dei vicini e dei lontani”.

Sarà per questo, forse, che monsignor Alois Hudal - il prediletto di quel Theodor Innitzer arcivescovo di Vienna che guidò i festeggiamenti per l’invasione nazista dell’Austria e che gli concesse l’imprimatur per il suo scritto I fondamenti del nazionalsocialismo - dal 1945 organizzò impunemente la famosa Ratline, la fuga di molti gerarchi nazisti in Sud America, che scamparono ai controlli poiché muniti di passaporti vaticani o della Croce Rossa Internazionale?

Sarà per questo, forse, che un nutrito gruppo di francescani amministrò e diresse il campo di concentramento di Jasenovac (di fatto, il terzo più vasto lager, dopo Auschwitz e Buchenwald, con i suoi duecentoquaranta chilometri quadrati di estensione), in cui morirono - stando alle cifre divulgate e sulle quali, ormai anche in Italia, risulta illegale discutere - circa mezzo milione di serbi e 40 mila ebrei? Come dimenticare, infatti, il cappellano militare francescano Miroslav Filipović (1915 - 1946), già a capo del commando ustasha che il 7 febbraio 1942 massacrò 2730 serbi a Drakulici, Sargovac e Motiva, che guidò il suddetto lager di Jasenovac dal giugno all’ottobre dello stesso anno, passando poi a dirigere - dal 27 ottobre 1942 al 30 marzo 1943 - quello femminile di Stara Gradišca? Meglio noto come Frate Satana per la sua abitudine di sgozzar bambini serbi o ebrei, di fronte alla Commissione croata sui crimini di guerra che lo avrebbe impiccato il 29 giugno 1946, ammise di aver ucciso con le sue mani almeno cento persone, in gran parte fanciulli, e di aver ordinato la morte di 20 - 30 mila persone, nei soli quattro mesi in cui diresse Jasenovac. Frate Filipović, per quanto espulso dall’ordine nel luglio 1942, in seguito ai suddetti massacri perpetrati prima della sua direzione del lager, non fu mai scomunicato.

Ma non basta. Altri religiosi furono coinvolti nella macabra gestione di Jasenovac, come i sacerdoti Ivica Brkljacic (che succedette a fra’ Filipović nella direzione del campo) e Ivica Matković, nonché i frati Vicko Rendic, Joco Matijevic, il famigerato Petar Brzica (resosi famoso per aver sgozzato in una sola notte 1360 prigionieri appena giunti nel lager, per poi sparire nel nulla a fine guerra), Zvonko Brekalo, Anzelmo Čulina (omonimo - e forse parente? - del fondatore dell’Ordine Francescano di Medjugorje, che si mise in salvo cambiando il nome in Florian Culinovic e divenne parroco a Zepce fino al 1982, per poi morire a Zagabria nel 1996) e il cappellano militare Zvonko Lipovac.5

 

E i Protocolli, allora?

 

Complotto massonico giudaico a parte, allora (dato che sulle origini cattoliche dello stesso - come abbiamo visto - nessun dubbio sembra esserci), quella fissazione di cui è pieno il Mein Kampf a proposito di una cospirazione giudaico bolscevica fu invece soltanto un’idea di un Adolf Hitler ispirato dai (finti?) Protocolli dei Savi di Sion di inizio Novecento?

A ben guardare, sembrerebbe proprio di no. E che il passo che segue, tra l’altro più che reperibile, possa invece assumere, ancor oggi, i contorni di una inedita scoperta, la dice lunga sull’indipendenza e sull’attendibilità dei nostri storici.

Da dove è tratto? Ma dalla solita Civiltà Cattolica, naturalmente. Che in un articolo datato 5 gennaio 1881, e comparso il 19 marzo dello stesso anno sul numero 738, in anticipo su qualsiasi proto-nazismo e qualunque Protocollo, con queste parole ci informa: “..che ebrei, appunto, sono specialmente in Germania i principali settarii, che non solo più accortamente guidano l'azione ma che più sapientemente ancora inventarono il pensiero settario, massonico, comunistico, socialistico, internazionale e nichilista a totale sterminio della società cristiana e civile.”

 

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, dunque. E al Vaticano, quel che è soltanto suo.

 

© P. Ratto, IN-CONTRO/STORIA, 18 gennaio 2017. Riproduzione riservata.

Il presente saggio è stato pubblicato anche su Academia.edu

 

 

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1 Cfr. l’articolo di A. Gemelli apparso sulla rivista dell’Università Cattolica “Vita e Pensiero”, nel numero di agosto 1924.

2 Lo stesso arcivescovo di Milano, cardinale A. Ildefonso Schuster, in occasione dell’invasione italiana, nel suo sermone in Duomo del 27 ottobre 1935 elogiò le “valorose armate che aprono le porte dell’Etiopia alla fede cattolica e alla civilizzazione di Roma”

3 Cfr. D. Kertzer, Il Patto col diavolo, Rizzoli, Milano, pag. 274

4 Cfr. D. Kertzer, Il Patto col diavolo, Rizzoli, Milano, pag. 302

5 Cfr. K. Deschner, Con Dio e i fascisti, Massari, 2016, nonché l’inquietante Zločini u logoru Jasenovac, Relazione della Commissione croata sui crimini di guerra, Zagreb, 1946, contenente anche, al capitolo XXVI, la confessione del “macellaio” Filipović.